Dream Theater – Distance Over Time (2019)

Sono stati un mio mezzo “spauracchio” i tre brani rilasciati sul web (Untethered Angel, Paralyzed e Fall Into The Light), infatti non mi avevano particolarmente entusiasmato, carini per carità, ma pericolosamente poco più che sufficienti in quanto sanno di troppo già sentito e “riscaldato” specialmente per la opener Untethered Angel. I picchi personalmente li sento su due brani in particolare: At Wit’s End e Pale Blue Dot, qui tecnica e melodie magistralmente si fondono. Belle Barstool Warrior, Room 137, S2N, Out Of Reach. Non molto classificabile ma piacevole la finale (bonus track) Viper King, sembra un tributo al rock settantiano. Che dire? Non è certamente un capolavoro ma nel complesso Distance Over Time si fa ascoltare in maniera liscia, diretta e senza annoiare (come purtroppo aveva fatto per il precedente concept album, ma questa è un’opinione personale). Inutile sottolineare l’immancabile qualità tecnica dei musicisti, Mangini compreso: spacca bene dietro le pelli in questo CD! Voto: 7 / 7.5

14 febbraio 1900

Il primo San Valentino di questo secolo un gruppo di ragazze dell’aristocratico collegio di Appleyard viene portato in gita sulla montagna chiamata Hanging Rock. Alcune di loro scompariranno senza spiegazioni. Il film che ha reso celebre Peter Weir. Una sorta di thriller tutto al femminile, allusivo, emozionante e impalpabile, che conserva il mistero fino all’ultimo, sospendendo i luoghi tra realtà e sogno e trasfromandosi in una riflessione (cara all’autore) tra civiltà e natura.

Cosa possiamo fare?

« A un semaforo, aspettando il verde, mi colpì la scena al mezzanino dell’edificio che avevo dinanzi: decine di uomini e donne nel riquadro di grandi finestre correvano, correvano, restando però lì dov’erano, sudati e paonazzi, rivolti verso la strada. Non era la prima volta che vedevo una palestra, ma l’immagine di tutti quei giovani che, finito l’orario d’ufficio, erano corsi a smaltire frustrazioni e grasso mi pareva riassumere tutto il senso di quella civiltà: correre per correre, andare per non arrivare da nessuna parte.

Mi parve d’essere uno dei tibetani della storia che mi raccontò una volta il fratello del Dalai Lama. Nel 1950 una delegazione di monaci e funzionari che non erano mai usciti dal Tibet venne invitata a Londra per discutere cosa l’Inghilterra poteva fare per il loro paese. Venivano da un mondo povero, primitivo, ma bellissimo. Erano abituati a grandi spazi vuoti, a una natura coloratissima e loro stessi erano colorati nelle loro tuniche, nei loro cappotti e berretti.

A Londra furono ricevuti con grande cortesia e portati a giro a vedere la città. Un giorno, coi loro accompagnatori, i tibetani si ritrovarono nella metropolitana. Erano esterrefatti: tutta quella gente sotto terra! Uomini vestiti di nero, con la bombetta in testa, leggevano il giornale sulle scale mobili, la folla si accalcava nei corridoi correndo per salire sui treni in partenza; nessuno parlava a nessuno, nessuno sorrideva! Il capo dei tibetani si rivolse, pieno di compassione, all’accompagnatore inglese e gli chiese: “Cosa possiamo fare per voi?” ». ─ #TizianoTerzani, Un altro giro di giostra (2004)